Marchi, brevetti, diritti d’immagine, algoritmi e design rappresentano una quota crescente del valore delle imprese e dei patrimoni privati. La protezione degli asset immateriali richiede quindi una pianificazione che integri diritto industriale, fiscalità transfrontaliera e gestione societaria. L’utilizzo di strutture esclusivamente nazionali per attività con perimetro globale può esporre a erosione fiscale involontaria, contraffazione e perdita dell’asset in caso di contenzioso.
La scelta della giurisdizione in cui collocare una società veicolo, o IP Holding, non può tuttavia basarsi soltanto sulla convenienza tributaria. Regimi come quelli presenti a Cipro, Malta, Liechtenstein ed Emirati Arabi Uniti possono offrire condizioni favorevoli per i redditi derivanti dagli intangibili, ma richiedono il rispetto delle regole internazionali e una reale sostanza economica.
Residenza, sostanza e rischi per le società estere
Secondo l’articolo 73 del TUIR, la residenza fiscale in Italia può essere determinata dalla sede legale, dalla direzione effettiva o dalla gestione ordinaria principale. È inoltre prevista una presunzione di residenza italiana per alcune società estere che controllano partecipazioni italiane e sono a loro volta controllate o amministrate da soggetti residenti nel Paese. Per evitare contestazioni di esterovestizione, la holding dovrebbe dimostrare autonomia decisionale, uffici, personale qualificato e operatività bancaria locale.
La società estera dovrebbe inoltre gestire concretamente i diritti: negoziare le licenze, sostenere i costi di rinnovo e promuovere le azioni contro eventuali contraffattori. In assenza di questi elementi, l’amministrazione finanziaria può contestare una stabile organizzazione occulta o applicare la disciplina CFC, imputando i redditi ai soci italiani. Per i gruppi multinazionali con ricavi superiori a 750 milioni di euro va considerato anche il Pillar Two, che punta a una tassazione effettiva minima del 15%.
Royalties, transfer pricing e lavoro da remoto
Il trasferimento dei diritti verso le società operative avviene spesso attraverso royalties. I corrispettivi pagati a società estere devono rispettare il principio di libera concorrenza e risultare supportati da un’analisi di transfer pricing, dal Masterfile e dalla documentazione nazionale. Un canone eccessivo può ridurre senza giustificazione l’utile della società italiana; uno troppo basso può invece esporre la holding estera a contestazioni.
La verifica riguarda anche le management fees e le spese di regia. Gli addebiti sono in linea generale sostenibili quando riguardano servizi effettivamente utili all’entità locale e non attività svolte nell’interesse esclusivo della controllante. Per alcuni servizi a basso valore aggiunto, il decreto ministeriale del 14 maggio 2018 ammette un mark-up del 5%, a condizione che non si tratti di funzioni core o di attività ad alto valore aggiunto. Restano inoltre da esaminare le convenzioni contro le doppie imposizioni e gli eventuali obblighi di comunicazione previsti dalla DAC6.
Un ulteriore profilo di rischio riguarda la stabile organizzazione occulta. Il coinvolgimento del personale italiano nella conclusione dei contratti, l’eterodirezione da parte della società estera, la documentazione che dimostri l’asservimento dell’entità italiana e la presenza di materiali della holding possono essere utilizzati come elementi indiziari. Anche il lavoro da remoto richiede cautela: un amministratore o manager di una holding estera che operi abitualmente dall’Italia può contribuire a creare una stabile organizzazione nel territorio nazionale.
Infine, nel caso di una società italiana con branch estera, o del percorso inverso, va valutata l’opzione per la branch exemption prevista dall’articolo 168-ter del TUIR. L’opzione è irrevocabile e riguarda tutte le stabili organizzazioni del gruppo. La determinazione del reddito segue l’approccio autorizzato OCSE, mentre restano rilevanti il recupero delle perdite pregresse e la disciplina CFC per le branch localizzate in Paesi a fiscalità privilegiata.