Nel contenzioso sui contributi previdenziali, la prescrizione può dipendere dalla prova di atti notificati per interromperne il decorso. Il credito dell’ente si estingue infatti quando, per cinque anni, non viene compiuto alcun atto idoneo a interrompere il termine. Il tema diventa particolarmente delicato quando la documentazione è custodita da un soggetto diverso dalla parte in giudizio e arriva nella disponibilità dell’ente soltanto quando il processo è già avanzato.
Su questo punto è intervenuta la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con l’ordinanza n. 25454, depositata il 16 settembre 2026. I giudici hanno chiarito che, davanti a un documento prodotto tardivamente ma potenzialmente decisivo, il giudice non può ignorarlo senza prima valutarne l’ammissibilità e la rilevanza.
Il credito dichiarato prescritto in appello
La vicenda riguarda un avviso di addebito dell’INPS notificato nell’ottobre 2011 e una successiva intimazione di pagamento, notificata alla contribuente nel settembre 2017 e da questa impugnata. La Corte d’appello di Catanzaro aveva accolto parzialmente il ricorso e dichiarato prescritto il credito, ritenendo trascorso senza interruzioni il termine quinquennale previsto dall’articolo 3, commi 9 e 10, della legge n. 335/1995.
Nel giudizio d’appello l’Istituto aveva chiesto che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione depositasse la documentazione relativa a eventuali atti interruttivi notificati dopo l’avviso di addebito. La richiesta era stata respinta perché considerata generica ed esplorativa, non essendo indicati atti specifici.
L’INPS ha quindi presentato ricorso per cassazione, denunciando l’omesso esame di un fatto decisivo. L’ente ha sostenuto di avere allegato alle note di trattazione scritta una precedente intimazione di pagamento, notificata alla contribuente nel novembre 2012. La copia era stata ottenuta dall’agente della riscossione, dopo diversi solleciti, soltanto il giorno stesso del deposito delle note. Secondo l’Istituto, quel documento dimostrava l’interruzione della prescrizione, ma la Corte d’appello non ne aveva tenuto conto.
La decisione della Cassazione
La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso. L’interruzione della prescrizione costituisce un’eccezione in senso lato e può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice sulla base degli elementi di prova ritualmente acquisiti. Il rilievo è possibile anche in appello, purché i fatti siano documentati nel processo.
La Cassazione ha inoltre ricordato che, nel rito del lavoro, possono essere prodotti dopo la scadenza dei termini preclusivi i documenti formati o entrati nella disponibilità della parte in un momento successivo, così come quelli la cui rilevanza emerge dalla necessità di replicare alle difese avversarie. Il giudice può anche disporre d’ufficio l’acquisizione di documenti, quando siano indispensabili per la decisione e servano a completare una pista probatoria già emersa.
Nel caso esaminato, il documento proveniva da un terzo, l’agente della riscossione, e l’INPS aveva dichiarato di averlo ricevuto soltanto durante il giudizio. Per la Corte, spettava ai giudici territoriali valutarne l’ammissibilità. Se necessario, avrebbero potuto attivare il contraddittorio tra le parti, ma non potevano comportarsi come se il documento non esistesse. La sentenza è stata quindi cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Catanzaro in diversa composizione, che dovrà decidere anche sulle spese del giudizio di legittimità.