Previdenza

Pensioni, l’età prevista sale a 68 anni e 2 mesi nel 2040

Rapporto RGS: adeguamenti legati alla longevità e conti pubblici sotto pressione

Pensioni, l’età prevista sale a 68 anni e 2 mesi nel 2040

La Ragioneria Generale dello Stato ha pubblicato il 22 settembre 2026 il Rapporto n. 27 sull’evoluzione futura della spesa per pensioni, sanità e assistenza agli anziani. Il documento non modifica le regole in vigore, ma fotografa gli effetti che potrebbero prodursi nei prossimi decenni se la normativa attuale restasse invariata.

Il principale elemento di interesse per i lavoratori riguarda i requisiti per la pensione di vecchiaia. Dopo gli adeguamenti già previsti per il 2027 e il 2028, le proiezioni indicano un ulteriore aumento collegato alla speranza di vita: il requisito potrebbe arrivare a 67 anni e 6 mesi nel 2030 e a 68 anni e 2 mesi nel 2040. Si tratta, però, di stime e non di limiti già definiti: l’età viene aggiornata ogni due anni sulla base dei dati effettivamente rilevati dall’Istat.

Le regole dal 2027 e l’impatto sui conti

Il decreto direttoriale del 19 dicembre 2025 aveva stabilito un incremento di tre mesi dei requisiti a partire dal 1° gennaio 2027. La legge di bilancio 2026 ha ridotto l’aumento a un solo mese, limitatamente al 2027. Dal 2028 tornerà invece l’adeguamento complessivo di tre mesi. Per la vecchiaia, quindi, serviranno 67 anni e 1 mese nel 2027 e 67 anni e 3 mesi dal 2028, oltre ad almeno 20 anni di contributi.

Dal 2027 sono esclusi in via strutturale dagli aumenti i lavoratori impegnati in attività usuranti o in mansioni gravose, se in possesso dei requisiti previsti. Per il personale militare, che ha requisiti inferiori a quelli generali, è previsto un incremento aggiuntivo graduale: un mese nel 2028, un altro nel 2029 e un ulteriore mese dal 2030. La manovra prevede inoltre maggiorazioni sociali più alte per le pensioni basse a partire dal 2026.

Secondo lo scenario nazionale di base, la spesa pensionistica raggiungerà il 17,1% del Pil nel 2041, dopo il 15,3% registrato alla fine del biennio 2023-2024. L’aumento è legato soprattutto al pensionamento delle generazioni del baby boom e al conseguente rapporto più sfavorevole tra pensionati e occupati. Dal 2045 la quota dovrebbe ridursi, fino al 16,2% nel 2050 e al 14% nel 2070, grazie all’estensione del metodo contributivo e agli adeguamenti alla speranza di vita.

Demografia, sanità e importi futuri

La Ragioneria segnala anche il ruolo dei meccanismi automatici. Se l’adeguamento dell’età venisse bloccato, il debito pubblico aumenterebbe di circa 17 punti di Pil entro il 2045. Il rialzo arriverebbe a circa 21 punti se fosse sospeso anche l’aggiornamento dei coefficienti che trasformano i contributi versati in pensione.

Le proiezioni demografiche dell’Istat indicano una popolazione in calo da 59 milioni nel 2024 a 54,7 milioni nel 2050. Nello stesso periodo, gli over 65 passerebbero da 38 a circa 64 ogni 100 persone in età lavorativa. La spesa sanitaria salirebbe dal 6,3% del Pil nel 2025 al 7,4% nel 2070, mentre quella per l’assistenza a lungo termine passerebbe dall’1,7% al 2,4%.

Il rapporto prevede infine una riduzione del tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra il primo assegno e l’ultimo stipendio. Per un dipendente privato scenderebbe da circa il 72% nel 2030 al 60% nel 2050; per un autonomo si fermerebbe sotto il 50%. Nel lungo periodo, la previdenza complementare potrebbe contribuire a ridurre la differenza tra reddito da lavoro e trattamento pensionistico.