Lo shock energetico legato alla corsa delle commodity potrebbe colpire in modo disomogeneo il sistema produttivo italiano. A delineare la geografia delle aree più esposte è lo studio Rischio energetico e struttura produttiva dei territori, realizzato da Civiqa con OpenEconomics. L’analisi arriva dopo l’avvertimento della Bce, secondo cui l’impatto dei rincari energetici deve ancora manifestarsi pienamente, anche in relazione alle tensioni internazionali e alla variabile dello stretto di Hormuz.
La graduatoria delle zone più vulnerabili è guidata dai poli manifatturieri e logistici del Nord-Ovest. Tra i primi dieci figurano Genova, Lodi e Novara, seguite da Taranto, Piacenza, Livorno, Brindisi, Siracusa, Vigevano e Cagliari. Considerando l’intero Paese, emerge una fascia continua che dal Piemonte arriva fino alla Romagna, mentre nel Mezzogiorno la distribuzione assume una configurazione più frammentata.
La manifattura pesante in prima linea
La mappatura prende in esame i 515 sistemi locali del lavoro utilizzati dall’Istat per delimitare i mercati occupazionali italiani. Nel perimetro rientrano sistemi turistici, urbani e non specializzati. Lo studio individua 52 sistemi nella fascia con la maggiore esposizione agli shock energetici. Di questi, 31 appartengono all’industria pesante, che in Italia conta complessivamente 111 distretti: in sostanza, circa uno su tre risulta particolarmente vulnerabile ai rincari.
Sei dei dieci comparti più esposti hanno una specializzazione in siderurgia, chimica, ceramica, lavorazione dei metalli o cantieristica. Le prime posizioni sono concentrate lungo l’asse logistico-manifatturiero della pianura padana occidentale. Un’altra area rilevante è quella adriatica centro-meridionale, dove le attività siderurgiche e petrolchimiche si sviluppano in bacini caratterizzati da filiere corte, collegati ai porti e ai poli costieri del versante tirrenico.
Il peso sulla popolazione
Nei 52 sistemi locali individuati vivono 13,1 milioni di persone, pari al 22,2% della popolazione italiana. Dal punto di vista geografico, 22 aree si trovano nel Nord, 9 nel Centro e 21 tra Sud e isole. La distribuzione dei residenti mostra però differenze significative: nel Mezzogiorno il 33,6% della popolazione vive in un sistema appartenente alla fascia più esposta, contro il 18,1% del Nord e il 12,7% del Centro.
L’indice è stato costruito incrociando diverse variabili. Tra quelle economiche rientrano il consumo diretto di energia dei sistemi locali e la dipendenza da catene di fornitura esposte a rischi a monte. A queste si aggiunge il peso demografico. Il calcolo considera inoltre la presenza delle fonti rinnovabili, che può attenuare l’esposizione economica: quanto maggiore è la loro incidenza nel mix locale, tanto più contenuto risulta il rischio, al netto dell’effetto della popolazione.
Secondo lo studio, questo effetto di mitigazione è particolarmente significativo in Valle d’Aosta, nella provincia di Bolzano, in Basilicata, nelle Marche, nella provincia di Trento e in Sicilia. La presenza delle rinnovabili rappresenta quindi un elemento di protezione per i territori in cui consumi industriali e vulnerabilità delle filiere potrebbero amplificare l’impatto dei rincari.