Energia europea

Biocarburanti, leva per decarbonizzare trasporti e industria

Studio TEHA-Eni: compatibili con gran parte dei veicoli diesel, sostengono filiere produttive e riducono le emissioni sul ciclo di vita.

Biocarburanti, leva per decarbonizzare trasporti e industria

I biocarburanti ottenuti da materie prime rinnovabili possono contribuire già oggi alla decarbonizzazione dei trasporti e alla diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei. È la conclusione dello studio strategico Sustainable biofuels as a strategic lever for industrial competitiveness, energy security and decarbonization, realizzato da TEHA Group insieme a Eni e presentato il 5 settembre al Forum di Cernobbio.

Secondo l’analisi, oltre 170 milioni di veicoli diesel già in circolazione in Europa, pari a circa il 60% del parco complessivo, possono utilizzare biocarburanti puri senza modifiche ai motori o alle reti di distribuzione, purché il propulsore sia stato validato per il prodotto. L’HVO, l’olio vegetale idrogenato, può essere impiegato anche nel trasporto marittimo, mentre il SAF destinato all’aviazione è oggi ammesso in miscela con il carburante tradizionale fino al 50%. Si tratta di soluzioni rivolte soprattutto ai settori difficili da elettrificare, come trasporto aereo, navigazione e movimentazione pesante.

Emissioni e ciclo di vita

Il confronto ambientale cambia se si considera l’intero ciclo di vita e non soltanto ciò che esce dal tubo di scarico. L’ICCT stima che le auto elettriche a batteria riducano le emissioni del 73-78% rispetto ai modelli equivalenti alimentati con combustibili fossili. Per i biocarburanti da materie prime rinnovabili, la riduzione indicata dallo studio varia invece tra il 73% e il 93%.

Enilive, che produce HVO nelle bioraffinerie di Venezia e Gela, ha calcolato per il 2025 una riduzione media del 79,5% delle emissioni di CO₂ equivalente lungo l’intera catena del valore, rispetto al mix fossile di riferimento previsto dalla direttiva europea sulle energie rinnovabili. Il dato si riferisce alla produzione dell’azienda e viene riportato nello studio come elemento del confronto.

Impatto industriale e investimenti

La bioraffinazione viene indicata anche come strumento per preservare impianti, competenze e occupazione. Dal 2009 l’Europa ha perso circa un quinto della capacità di raffinazione, con una stima di 90-130mila posti di lavoro qualificati in meno, secondo l’elaborazione TEHA su dati FuelsEurope. La conversione degli impianti fossili potrebbe rappresentare un’alternativa alla loro dismissione. Eni ha trasformato in bioraffinerie gli impianti di Porto Marghera, nel 2014, e Gela, nel 2019; per quest’ultimo sito lo studio stima un moltiplicatore economico di almeno 2,5 volte per ogni euro investito.

L’Italia è tra i principali hub europei per i biocarburanti drop-in, come HVO e SAF. La capacità netta degli impianti con tecnologia HEFA dovrebbe arrivare a coprire il 7,4% della domanda nazionale di carburanti per i trasporti nel 2030, contro il 2,5% previsto per il 2025.

Per TEHA, gli investimenti privati europei nella bioraffinazione potrebbero generare fino a 66 miliardi di euro di Pil e sostenere oltre 33mila posti di lavoro. Lo studio mette il dato a confronto con i circa 49 miliardi di euro di risorse pubbliche europee destinati alla mobilità elettrica tra il 2016 e il 2030, segnalando il rischio di sostituire la dipendenza dal petrolio con una dipendenza tecnologica da filiere esterne.

Le materie prime utilizzate oggi comprendono soprattutto rifiuti e residui, come oli da cucina esausti e grassi animali, oltre a oli provenienti da colture intermedie e da terreni degradati. Il potenziale globale di queste ultime risorse, secondo TEHA, sarebbe circa cinque volte superiore al fabbisogno europeo senza sottrarre terreni alle produzioni alimentari. Enilive sta sperimentando questo modello soprattutto in Africa, con progetti che potrebbero coinvolgere oltre un milione di agricoltori entro l’inizio del prossimo decennio.

Lo studio propone infine alle autorità europee di valutare le emissioni lungo l’intera filiera, sostenere la riconversione delle raffinerie e verificare la sostenibilità attraverso dati misurati sul campo. Enilive punta a 5 milioni di tonnellate annue di capacità globale di bioraffinazione entro il 2030. La conclusione è che la transizione dovrebbe combinare le tecnologie mature in funzione dei diversi impieghi, senza affidarsi a un’unica soluzione.