Con il messaggio n. 2540 del 3 agosto 2026, l’INPS ha fornito chiarimenti importanti riguardo al diritto alla NASpI per i lavoratori che si dimettono per sfuggire a situazioni di stalking o violenza di genere. Questo intervento si inserisce in un contesto delicato, dove le dimissioni per motivi di sicurezza possono ora essere equiparate a quelle per giusta causa, consentendo l’accesso alla prestazione di disoccupazione.
Il documento, frutto di un confronto con il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, stabilisce che le dimissioni di chi subisce atti persecutori possono essere considerate giustificate, ma non in modo automatico. È necessaria una verifica di specifici elementi fattuali per valutare la legittimità della richiesta di NASpI.
Diritto alla NASpI: le norme di riferimento
Il riferimento normativo principale è l’articolo 3 del D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 22, che riconosce la NASpI in caso di cessazione involontaria del rapporto di lavoro, includendo le dimissioni per giusta causa. La giusta causa è definita dall’articolo 2119 del Codice civile, che stabilisce che deve esserci una causa che non consente la prosecuzione del rapporto di lavoro, nemmeno temporaneamente.
Due sentenze fondamentali guidano l’interpretazione dell’INPS: la sentenza della Corte Costituzionale n. 269/2002, che afferma che le dimissioni in presenza di una condizione di improseguibilità del rapporto sono da considerarsi involontarie, e la sentenza della Cassazione, n. 11051/2015, che riconosce come causa di improseguibilità anche le condizioni di salute sopravvenute del lavoratore.
Novità e istruzioni operative
Le nuove indicazioni dell’INPS si applicano in particolare ai casi di lavoratrici vittime di atti persecutori, costrette a dimettersi per tutelare la propria incolumità. Il Ministero del Lavoro ha chiarito che la violenza di genere, anche se proveniente da soggetti estranei all’ambiente di lavoro, può giustificare le dimissioni e quindi l’accesso alla NASpI.
Tuttavia, è fondamentale che ci sia un collegamento documentato tra gli atti persecutori e la situazione lavorativa. La semplice esistenza di atti di violenza nella vita privata, scollegati dal contesto lavorativo, non è sufficiente per giustificare la richiesta di NASpI. È necessaria una documentazione che attesti la relazione tra le dimissioni e la situazione di pericolo.
Queste novità rappresentano un passo avanti nella protezione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, specialmente in situazioni di vulnerabilità. L’INPS, con questo messaggio, offre una maggiore tutela a chi si trova in situazioni di difficoltà e pericolo, riconoscendo la complessità delle dinamiche lavorative e personali.